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Dagli Oasis all’Erasmus a Bilbao, dalle skill tecniche all’importanza della cultura come autodeterminazione, ecco la nostra intervista a Simone Tomassetti, Head of Sports Partnerships - Southern Europe di Twitter. Abbiamo pensato che il modo migliore per raccontare l’importanza di un periodo di formazione all’estero fosse chiedere a qualcuno che dopo la prima esperienza avvenuta già durante il periodo liceale, non ha mai smesso di viaggiare, “faster than a cannon ball”!

Ciao Simone, partiamo dalle domande semplici… di cosa ti occupi?
Lavoro per Twitter e sono il responsabile delle partnership per l’Italia e per altri Paesi in cui opera la piattaforma. Il mio lavoro consiste nel negoziare accordi con i cosiddetti rightsholder, ossia chi detiene i diritti dei contenuti media, come ad esempio le televisioni, i giornali i club di calcio.

Durante la tua formazione hai avuto esperienze all’estero? Quanto hanno inciso sul tuo percorso professionale e umano?
Si, ho arricchito la mia formazione con alcune esperienze all’estero. Mentre frequentavo il liceo, mio padre mi obbligò (letteralmente) ad uscire di casa. Era il 1996, l’anno precedente era uscito (What's the Story) Morning Glory? degli Oasis, ancora oggi il mio album musicale preferito. A malincuore decisi quindi di andarmene a Manchester, città natale degli Oasis. In quel momento ero in contrasto con mio padre, non volevo rinunciare alle mie comodità e ai miei amici, ma in realtà non capivo il regalo che mi stava facendo. Ripensandoci ora, non credo riuscirò mai a ringraziarlo abbastanza per quella decisione. Quel periodo a Manchester cambiò tutto. Durante l’università decisi di ripetere il più possibile quella esperienza, andai in Erasmus a Bilbao e frequentai un’università a New York. Infine riuscii a fare un’ultima esperienza post laurea a Madrid, dove tra l’altro sono tornato a vivere dieci anni dopo. Ricordo tutti questi momenti con grande nostalgia. Sono fermamente convinto che siano state fondamentali per la mia crescita culturale e umana. Anche senza considerare l’enorme vantaggio di imparare le lingue, vivere e studiare all’estero sono il grimaldello che permette alla mente di aprirsi al mondo. Il timore di tutto quello che non si conosce diventa curiosità e voglia di scoprire. Le radici non scompaiono affatto nell’incontro tra culture, al contrario, si arricchiscono ed evolvono verso qualcosa di più profondo.

Nel digital marketing, quali sono le abilità più importanti che un periodo di formazione all’estero fornisce?
Le lingue senza dubbio. Il lavoro che svolgo sarebbe impossibile senza la conoscenza dell’inglese e, nel mio caso, anche dello spagnolo.

Quali sono le caratteristiche che una risorsa junior deve avere per lavorare nel tuo settore?
Lavoro per una multinazionale con uffici sparsi in tutto il mondo, pertanto devo sottolineare ancora la conoscenza delle lingue. Molte cose si possono (e si devono) imparare una volta che si lavora, ma le lingue sono sempre un prerequisito. Aggiungo infine la curiosità per il mondo della tecnologia. Twitter, così come le altre aziende in questo settore, lancia nuovi prodotti continuamente. È fondamentale essere curiosi e affamati di tecnologia ed avere sempre la voglia di imparare e scoprire le novità.

Quali sono i paesi europei nei quali consiglieresti di svolgere un periodo di formazione perché all’avanguardia per la tua professione?
Credo che ogni Paese abbia una storia incredibile da raccontare e tante esperienze da offrire. Non mi sento di fare classifiche anche perché, durante la mia formazione, purtroppo non sono riuscito ad andare in tutti i posti dove avrei voluto. Per semplici ragioni lavorative suggerirei un paese anglofono dove poter imparare correttamente l’inglese. L’idea che l’inglese serva solo qualora si decida di lavorare all’estero è semplicemente ridicola nel mondo globalizzato di oggi. L’inglese è fondamentale, e quello “scolastico” non è assolutamente sufficiente se applicato nel lavoro.

Mediamente quanto ritieni debba durare un’esperienza all’estero perché comporti una crescita?   Suggerisco di passare almeno un anno all’estero, di immergersi nella cultura locale, di trovare un “lavoretto” per mantenersi e soprattutto di evitare il “gruppo di italiani”. Costruitevi una nuova comfort zone, stringete delle relazioni nuove con gente locale. Vi mancheranno gli affetti e le abitudini di casa, ma se avrete forza, voglia e pazienza, verrete ricompensati.

Quali sono le soft skills che in genere presenta un candidato che ha svolto periodi di formazione all’estero? Quali di queste sono fondamentali nella tua quotidianità lavorativa?
Senza dubbio l’apertura mentale. Lavoro per un’azienda che fa dell’inclusione un valore fondamentale. Non c’è posto per chi non rispetta i propri colleghi indipendentemente dal colore della pelle, dalla religione, dall’orientamento sessuale, dalle idee politiche. Quello che voglio dire è che non si tratta solo di “accettare” passivamente le diversità ma, al contrario, credere fermamente che queste arricchiscano la compagnia per cui si lavora o la società in cui si vive. Un’altra soft skill è sicuramente la capacità di valutare una situazione da diversi punti di vista. Nel lavoro, qualsiasi lavoro, è fondamentalmente risolvere problemi. Le persone cercano la soluzione ad un problema sulla base della cultura di riferimento a cui appartengono. Più la cultura è ampia e variegata, più aumenteranno le possibili soluzioni ad uno stesso problema.

Qual è il consiglio che daresti a un giovane che vuole cominciare a lavorare nel mondo del digital marketing?
Crearsi una solida preparazione, imparare le lingue e soprattutto uscire di casa il prima possibile (senza per forza essere obbligati dal padre!).                                                                                                                                                                                                              

Chiudiamo con una domanda leggera per salutarci… qual è l’oggetto che non manca mai nella tua valigia quando viaggi per lavoro?
Nonostante viaggi spesso e lo spazio sia pertanto un bene prezioso e limitato, non parto mai senza un libro (e se sto per finirlo metto in valigia anche il successivo...). Sono della “vecchia scuola”, adoro i libri cartacei, adoro tenerli tra le mani e adoro riporli in libreria una volta terminati. I libri sono cultura, la cultura è autodeterminazione, l’autodeterminazione è libertà, fisica e spirituale.