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Il mondo del fundraising è un mondo ampio, variegato e declinabile in contesti differenti. Un presupposto centrale per lavorare in questo campo non è solo l’aver intrapreso studi specifici, ma conoscere in modo approfondito questo tipo di realtà e condividere lungo tutto il percorso professionale la mission e i principi dell’Organizzazione. E poi ci sono due ingredienti che non devono mancare: la passione e la capacità di innovare. Senza di questi, è molto difficile riuscire nel proprio intento perché raccogliere fondi non è impresa facile, come non è facile stare al passo con i Paesi più avanzati. Proprio per questo, un’esperienza di formazione all’estero può rivelarsi centrale per conoscere nuovi contesti e per entrare in contatto proprio con quelle realtà che si collocano un “passo avanti” rispetto alla nostra.

A tal proposito, abbiamo incontrato Luisa Clausi, Direttore, con delega al fundraising, dell’AIL di Roma.

 

Ciao Luisa, iniziamo dalle presentazioni. Di cosa ti occupi?

Sono Direttore, con delega al fundraising, dell’AIL di Roma - Sezione dell’Associazione italiana contro le leucemie, linfomi e mieloma.

 

Durante il tuo periodo di formazione hai mai svolto esperienze all’estero?

Sì, sono stata a Londra per un anno.

Quanto quest’esperienza ha inciso sul tuo percorso di formazione?

Molto. Stavo frequentando l’università e ho preso quello che oggi si chiama un “gap year”. Ho consolidato il mio inglese che tutt’ora è patrimonio di quella esperienza. Ho lavorato per tutto il periodo presso una Banca italiana (BNL) ed ho imparato, all’età di 23 anni, l’approccio al lavoro, il gioco di squadra, il rispetto dei ruoli, la responsabilità. Nella vita poi ho fatto tutt’altro. Lavoro in una organizzazione no-profit e mi sono specializzata nel fundraising. A Londra ho potuto conoscere la realtà delle Charities, già allora organizzazioni strutturate che mettevano in campo strategie e strumenti per lo svolgimento delle attività. Una grande attenzione al concetto di “donazione” che in Italia, alla fine degli anni ’90, era ancora legato al concetto di “elemosina”.

 

Al di là dell’aspetto professionale, da un punto di vista umano sei stata arricchita dall’esperienza? In quali aspetti maggiormente?

Certamente sì. L’esperienza di un anno all’estero in età giovane ha favorito la mia autonomia, la disponibilità al cambiamento, la gestione ed il superamento di sentimenti difficili come la solitudine, la paura, la malinconia, la condivisione di una realtà molto diversa da quella in cui vivevo piena di pregiudizi.

 

Nel campo del fundraising quali sono le abilità che, secondo la tua esperienza, un periodo di formazione all’estero può fornire?

L’acquisizione di competenze e di idee da trasferire nella propria attività una volta rientrati. Creatività ed apertura al cambiamento, analisi delle tecniche e degli strumenti di fundraising di altre organizzazioni.

 

Quali sono le caratteristiche che una risorsa junior dovrebbe avere per lavorare nel tuo settore?

Aver intrapreso percorsi di studi specifici, condivisione della mission e dei principi dell’Organizzazione, spirito di collaborazione, motivazione, problem solving, flessibilità.

 

Quali sono i paesi europei nei quali consiglieresti di svolgere un periodo di formazione perché all’avanguardia per la tua professione?

Inghilterra e Stati Uniti.

 

Mediamente quanto ritieni debba durare un’esperienza all’estero perché comporti una crescita?

Ritengo che debba durare un minimo di sei mesi.

 

Quali sono le soft skills che in genere presenta un candidato che ha svolto periodi di formazione all’estero?

Le soft skills sono competenze necessarie al pari di quelle tecniche e professionali. Per la mia esperienza, il candidato che ha avuto un percorso all’estero è certamente più facilitato nel comunicare in modo efficace, ha un’attitudine al team-work, ha una buona gestione dello stress, ha una maggiore autonomia e capacità di adattamento e, infine, possiede una maggiore consapevolezza di sé.

 

Quali di queste sono fondamentali nella tua quotidianità lavorativa?

Possibilmente tutte.

 

Qual è il consiglio che daresti a un giovane che vuole cominciare a lavorare nel tuo campo?

La professione del fundraiser va scelta per passione e svolta con passione. È necessaria una formazione specifica: “raccogliere fondi” non è impresa facile e, soprattutto, non è facile garantire sostenibilità alle organizzazioni con cui si collabora. Oggi servono competenze professionali, conoscenza delle strategie e degli strumenti di fundraising, capacità di “declinare” la professione sui nuovi strumenti digitali, saper “copiare” dai Paesi che sono più avanti e … innovare, innovare, innovare. Tecnica, cuore e creatività sono le parole chiave a mio avviso, se si raggiunge il giusto mix è tra i lavori più gratificanti.

 

Chiudiamo con una domanda leggera per salutarci… qual è l’oggetto che non manca mai nella tua valigia quando viaggi per lavoro?

Il manuale di fundraising di Valerio Melandri.

 

Grazie per il tempo che ci hai dedicato!

Grazie a voi!